APERIPHILO' SULL’ INTIMITA’: DIARIO DI UN’ESPERIENZA.

Dr.ssa Maddalena Bisollo

 

Venerdì 26 Maggio 2017, ore 17.30.

Siamo al Lapsus, uno dei caffè letterari di Milano: un ambiente caldo, rilassato e reso ancor più bello dalla gentilezza dei gestori.

In occasione del primo PRAGMA-Aperiphilo', abbiamo appeso alle pareti della libreria alcune immagini, che saranno i riferimenti visivi dei nostri pensieri. La capacità dell’immagine di muovere le idee è riconosciuta già da Aristotele:

“È fonte di piacere guardare le immagini (eikonas), perché coloro che contemplano le immagini imparano (manthanein) e ragionano (sylloghizestai) su ogni punto”.

 

Il piacere delle immagini è per Aristotele una sorta di “solletico” che mette in moto il pensiero.

Il caffè piano piano si riempie e dunque iniziamo: l’argomento su cui ci confronteremo è una sfida, parleremo d’Intimità, il tema proibito nella società dell’esibizione.

Intimità è una parola di senso comune ed apparentemente non cela difficoltà di comprensione. Tuttavia, pensiamoci. Essa è l’inesprimibile, l’indicibile, l’ineffabile: è qualcosa che riguarda ciò che è dentro di noi, qualcosa di profondo e di essenzialmente nascosto. Come è possibile dire qualcosa dell’intimità, esprimerla in forma di parole e discorsi, se essa è ciò che per essenza è nascosto e non si fa vedere? Come dare voce all’intimità che silenziosa riposa nel nostro spazio interiore?

“Esiste una parte segreta di noi che non si enuncia perché ci protegge dalle vertigini dello svelamento” (H.P. Jeudy).

Intimus è in latino il superlativo di internus: è quindi intimo “ciò che vi è di più interno”, di più nascosto, di più privato.

Eppure, l’intimità dal quel suo luogo profondo e nascosto, lega. L’intimità appare insieme come qualcosa di privato e di nascosto e come ciò che riunisce alcune persone e ne favorisce l’intesa.

È proprio qui che l’intimità “assume un risvolto metafisico: dà accesso” (F. Jullien): ci fa accedere ad una particolare esperienza di relazione con l’Altro.

L’intimità attua un capovolgimento per cui “il più interno” suscita in sé un’apertura fondamentale all’Altro; qualcosa che fa cadere la separazione, provocando una penetrazione. Il tradizionale rapporto dentro/fuori ne risulta sconvolto, poiché l’intimità ribalta il più segreto in ciò che può legare di più.

Accettiamo quindi di provare a scoprire qualcosa di più di questa strana esperienza. Che cos’è l’intimità? Quando si diventa “intimi”?

La prima forma di intimità su cui ci confrontiamo è l’intimità con noi stessi, la possibilità di entrare in relazione innanzitutto con il proprio spazio interiore, che spesso si nasconde anche al nostro stesso sguardo e con cui non di rado evitiamo il contatto perché genera paura, inquietudine, è una zona oscura di noi che temiamo di scoprire.

Eppure, senza un’intimità con sé, suggerisce qualcuno di noi, non è possibile una vera intimità con l’altro. Senza aver prima accettato il rischio di addentrarci nel profondo del nostro animo non saremo poi capaci di svelarci ad altri senza riserve.

Plutone, ricorda J.Hillman, è il dio degli Inferi ma anche della ricchezza: così, talvolta bisogna saper scendere giù, negli inferi, per riportarne poi qualche pietra preziosa come la sessa gemma dell’intimità.

Fin dall’inizio sentiamo che l’intimità è legata alla paura, alla vulnerabilità e al rischio almeno tanto quanto alla preziosità, alla ricchezza, alla gioia.

Svelare il proprio intimo è sempre un azzardo, un rischio: cadono le difese erette dall’Io e ci si ritrova nudi, di fronte a sé e di fronte all’Altro. Significa assaporare un’esperienza unica, di profonda unità e alleanza con l’altro, ma significa anche avvertire il brivido della propria fragilità.

“Sono intimo con te” significa che ti ho aperto il più dentro di me e che non mantengo più nei tuoi riguardi il mio quotidiano sistema di difesa e protezione.

“Entriamo in intimità come si penetra sotto una tenda che abbiamo un giorno trovato e di cui abbiamo sollevato la porta d’ingresso; e una stessa copertura ormai ci ricopre, definendo un ‘noi’”. (F. Jullien).

L’intimità implica una confidenza con l’altro ma non si riduce ad essa: non è il raccontarsi che produce l’intimità.  Non si tratta neppure di provare per l’altro una simpatia ed un affetto: l’esperienza dell’intimità è un’esperienza ulteriore.

Ci sono amicizie e perfino amori in cui non si è affatto “intimi”. In cui magari ci si confida e ci si sostiene a vicenda, ma in cui purtuttavia non si è raggiunta l’intimità vera, senza schermi e protezioni e soprattutto senza interessi e pretese.

In amicizia e in amore spesso si cerca nell’altro un appoggio, la soddisfazione di un bisogno, il superamento della solitudine… Ma non è in questo che risiede l’esperienza dell’intimità, che pare possibile solo come relazione che va oltre la ricerca del piacere, dell’interesse o di una “compagnia”.

L’intimità può anche non essere una relazione duratura e costruita nel tempo, può essere questione di un momento: possiamo venire perfino sorpresi dal ritrovarci ad un certo punto intimi con una certa persona.

Il rapporto d’amore viene spesso considerato come il luogo d’elezione dell’intimità. In realtà il rapporto di coppia sovente si scontra con la gelosia, il possesso, la soddisfazione dei bisogni, il perseguimento di progetti, ecc. Eppure appare chiaro che l’intimità è ciò che davvero ricerchiamo nella relazione con il partner: fiducia, possibilità di svelarsi senza protezioni, l’unione “sotto un’unica tenda”.

E la sessualità?

Provate a digitare intimità su Google. Troverete moltissime immagini di carattere sessuale ed erotico. Inoltre quando ci si riferisce alla “sfera dell’intimità” solitamente ci si riferisce proprio alla sessualità.

L’intimità non è mai infatti questione soltanto di spiriti, ma anche di corpi. L’intimità tra due è sempre un’intimità incarnata. Si entra in intimità con lo sguardo, oltre che con le parole, con le carezze, oltre che con la voce.

I gesti dell’intimità possono coincidere con i gesti dell’eccitazione e tuttavia quando la gestualità è intima vi è di più che il semplice piacere derivante dall’eccitamento: qui le carezze non semplicemente provocano una reazione piacevole ma penetrano, s’insinuano, invadono.

La gestualità allora scavalca l’erotismo e prosegue “fino a far risuonare l’interiorità dell’altro sotto l’archetto della carezza” (F. Jullien) e così fa saltare la barriera tra l’altro e sé, tra fuori e dentro.

Di questo e di altro ancora abbiamo parlato venerdì. Ci siamo spinti fino a considerare il diverso rapporto con l’intimità per gli uomini e per le donne. Abbiamo anche indagato i rischi di una eccessiva esposizione delle nostre intimità sui social network. Circondati da immagini capaci di rinviare a queste realtà.

Sono state due ore intense, piene di significato, riflessive ma anche sorridenti. Due ore in cui ci siamo ascoltati, in cui abbiamo dibattuto, in cui ci siamo svelati, divenendo gli uni per gli altri progressivamente forse, perché no, un po’ più intimi.

 

Bibliografia

Aristotele, Poetica, tr.it. di G. Reale, Milano, Rusconi, 1993.

Giddens A., La trasformazione dell’intimità. Sessualità, amore ed erotismo nelle società moderne, Il Mulino, Bologna, 1992.

Jeudy H.P., “L’intimità come una matrioska” in Agalma. Rivista di studi culturali e di estetica, n.25, Aprile 2013.

Jullien F., Sull’intimità. Lontano dal frastuono dell’amore, Raffaello Cortina, Milano, 2014.

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