La Consulenza Filosofica “tarallucci e vino”, per parenti amici e compari.
 
Luca Nave e Maddalena Bisollo

“Diciamo a mo’ di aforisma: il filosofo consulente non è l’esperto che vai cercando ma il compagno di viaggio che non ti aspetti”.

 

L'aforisma che chiude l'articolo "Prima risposta alla domanda: che cos'è la Consulenza Filosofica" veicola un pericoloso messaggio, in particolare contestualizzato nella serie di articoli introduttivi alla Consulenza Filosofica come Professione. Da circa quindi anni, con una nutrita schiera di colleghi impegnati sul campo e ora confluiti in Pragma, stiamo lavorando per il riconoscimento professionale del filosofo consulente “esperto” (L. 4/2013 citata nell’articolo). Pur comprendendo la valenza poetica, ironica e scherzosa dell’aforisma, cogliamo l’occasione per argomentare alcune tesi sulla Consulenza Filosofica e sul professionista nelle Pratiche Filosofiche che neanche metaforisticamente può essere presentato come un “non-esperto” e come “un compagno di viaggio che non ti aspetti”.

Il CF è un esperto in filosofia e nelle relazioni di aiuto. Dispone di precise abilità, strumenti e metodi di natura filosofica che mette in azione nell’incontro con il consultante, la coppia, il nucleo familiare o con gruppi più allargati. All’inizio dell’incontro propone una sorta di “contratto” al fruitore del servizio, che pagherà questa prestazione in base agli accordi tra le parti. Per deontologia il CF deve presentarsi come esperto, deve dichiarare cosa sa fare e come può affrontare e risolvere il problema concreto e vitale per cui è stato consultato. Il “con-filosofare con l’ospite”, d’ormai decennale memoria, non avviene mai in astratto. Si genera sempre nell’esperienza del soggetto nel mondo, a partire da un problema concreto che affligge la sua vita. Insomma, al Consulente Filosofico non si chiede che cos’è la felicità o qual è il senso della vita ma si narrano esperienze di profonda infelicità o eventi che rendono la vita insensata.

Il consultante si presenta sempre con un problema e il compito del CF, esperto in filosofia e in relazioni d’aiuto, è aiutarlo a uscire dalla situazione problematica. Questa è la CF come professione. C’è un “cliente” che ha un problema e paga perché vuole risolvere il problema; il professionista onesto risponde a questa richiesta dicendo se è in grado di risolverlo, altrimenti rimanda il cliente a qualche altro professionista.  Ovviamente, a differenza delle consulenze expertise (avvocato, notaio, meccanico dell’auto ecc.) il filosofo, come lo psicologo e altri consulenti extra-expertise, non offre soluzioni pronte all’uso ma risposte da ricercare insieme al consultante-paziente. Se il filosofo ritiene che gli strumenti presenti nella sua cassetta degli attrezzi possano essere utili per gestire il problema di chi l’ha consultato intraprende la sua professione di cura e per questo riceve un compenso.

Ora, è vero che accanto a questa visione professionalizzate della CF, esiste una versione della disciplina più light, molto condizionata dalle idee di Gerd Achenbach che risalgono a trent’anni fa, quando si sapeva solo che la CF non era la filosofia del “ghetto accademico” e non era una psicoterapia (“un’alternativa alla Psicoterapia senza essere una Psicoterapia alternativa”, scriveva l’ispiratore). Oggi, rispetto alla “fondazione negativa” della Philosophische Praxis (denunciata da Peter Raabe già dieci anni fa), sappiamo molto di più su come la disciplina funziona sul campo, se non altro perché i professionisti nella CF lavorano nel proprio studio privato, in contesti clinici, aziendali e scolastici, perfezionando metodi e strumenti anche grazie all’aggiornamento professionale, “obbligatorio” in tutte le associazioni professionali (L.4/2013).

Ebbene sì, accanto ai professionisti nelle Pratiche Filosofiche ci sono filosofi consulenti che offrono consulenze e servigi “tarallucci e vino” ad amici, parenti e compari da deliziare con la propria “saggezza” filosofica, oppure organizzano pseudo-Dialoghi -Socratici con quattro amici al bar. Se la CF non procura danni ad amici, parenti e compari andando a toccare corde dell’interiorità che poi magari, tra tarallucci e vino, il filosofo non sa gestire, questa attività può essere onesta e anche divertente, ma non è la CF come professione. 

In Italia abbiamo costruito la CF, l’abbiamo incarnata nei diversi ambiti professionali e stiamo partecipando alla diffusione dei suoi contenuti in mezzo mondo. L’obiettivo, ora, è di formare professionisti e realizzare progetti di consulenti esperti nella filosofia che diventa Pratica e non di meri compagni di un viaggio che non ci si aspetta, che vagano senza direzione, senza mete e senza un perché.

 

A rinforzo di quanto affermato sopra da Luca Nave, aggiungo alcune riflessioni in merito alla filosofia in pratica, ovvero alla filosofia che entra in gioco nella consulenza filosofica e nelle pratiche filosofiche in generale, la quale si svolge anche ma di certo non principalmente all’interno delle università e nell’entourage degli addetti ai lavori.

Quando s’identifica il filosofo consulente come un compagno di viaggio e non come un esperto, il rischio è altresì quello di avvalorare l’idea – ancora assai diffusa – che le pratiche filosofiche rappresentino una specie di filosofia di “serie B”. Ehssì, perché da un lato sembra che abbiamo i filosofi accademici – i veri “esperti” nel settore – e dall’altro i filosofi fuori le mura, compagni di viaggio e di ventura.

Più volte le pratiche filosofiche sono state accusate di utilizzare una filosofia che si traduce in chiacchiera vana, la quale dai picchi teoretici, dalle altezze speculative delle università precipita tra gli affanni della vita quotidiana. Una filosofia secondo taluni meno complessa e raffinata, la quale si affiderebbe inoltre al barbaro linguaggio della gente comune, compromettendo così irrimediabilmente la propria rispettabilità accanto al necessario rigore.

Nulla di più lontano dalla realtà. La filosofia che diventa pratica e si mette in gioco con l’esistenza e il rapporto vivo con gli Altri, non è affatto una filosofia minore. Al contrario, si tratta di accettare una sfida difficile, di ripristinare un dialogo – perso da secoli –  tra la filosofia e i filosofi da un lato e i bisogni, le preoccupazioni, i desideri e le circostanze della vita quotidiana delle persone dall’altro, incarnando la riflessione, dando corpo ai pensieri.

Le pratiche filosofiche si fanno con ciò quanto mai vicine alla vocazione originaria del filosofare. La filosofa belga Luce Irigaray ne La via dell’amore suggerisce che la parola filo-sofia (dal greco filia, amore, e sofia, sapere/saggezza) possa tradursi non solo come “amore della saggezza” ma più radicalmente come “saggezza dell’amore”, rispettando l’ordine dei termini come avviene per altre parole come “teo-logia” (discorso su Dio). Irigaray sferza quindi una critica importante alla filosofia che si interessi soltanto della purezza del logos, senza alcuna cura rivolta al dia-logos con uno o più soggetti differenti; ciò infatti evita al filosofo i delicati problemi relazionali che nascono dal confronto con l’Altro.

“La sophia si riduce spesso a un esercizio mentale, trasmesso da maestro a discepoli,  utile a popolare le università e a discutere tra iniziati ma senza quell’impatto sulle nostre vite che implica una saggezza. Il presunto amico della saggezza diventa quindi colui che cade nei pozzi per incapacità di camminare sulla terra”.

La filosofia è per Irigaray sia amore della saggezza ma specialmente saggezza dell’amore, laddove per amore intendiamo non altro che la figura dell’intersoggettività e della relazione. La filosofia che aderisca alla sua vocazione originaria è una filosofia che non sorvola il mondo come un vento leggero, ma che incontra il mondo in un amoroso dialogo. Ciò presuppone che “la filosofia articoli, più di quanto non abbia fatto in Occidente, il corpo, il cuore e lo spirito”.

Ora, la filosofia può scegliere due vie per intessere un dialogo con l’Altro, che sta fuori dall’ambiente dei professionisti filosofi.

La filosofia può scrivere e proporre saggi e testi di vario genere ad un certo pubblico;  oppure può parlare dal pulpito rivolgendosi agli astanti, attraverso conferenze e seminari. E poi ha oggi una terza via: come dice Irigaray può passare dal multiplo al due, ovvero anziché rivolgersi a molti può incarnarsi in un rapporto vis-à-vis.

La lingua greca, così come il sanscrito, ci danno forse un’indicazione di verità, perché qui al due viene conferita una cifra relazionale molto speciale. Sono lingue in cui le parole non si declinano solo al singolare e al plurale ma anche al duale.

“Parlare a molti o parlare a una sola persona non implica lo stesso rapporto alla parola. Nel primo caso, essa deve veicolare un senso in qualche modo chiuso, dove il soggetto parlante s’intrattiene innanzitutto con se stesso e con la parola”.

Irigaray ammette che i filosofi hanno più spesso scelto la formula del “discorso di senso compiuto” e qui intendo chiuso in se stesso. Nel momento in cui i filosofi vogliano recuperare la dualità e confrontarsi realmente con l’Altro, dovranno dedicarsi ad una filosofia diversa che “si interessa alla relazione a due, alla comunicazione tra persone. Affronta dunque un nuovo compito quanto al dispiegamento della parola”.

La pratica filosofica compie un’operazione complessa in direzione di un linguaggio filosofico duale e perciò stesso realmente e radicalmente amoroso, tornando ad incontrare gli uomini, i loro concreti bisogni, le loro preoccupazioni quotidiane. La pratica filosofica incontra l’Altro in una dimensione radicalmente dialogica di filia.

Non ci dedichiamo ad una filosofia di serie B, ad una filosofia minore. Ci dedichiamo ad una filosofia nuova o meglio che si ri-nnova nel dialogo e nel rapporto con il consultante o i consultanti che ci chiedono un aiuto, nei nostri studi provati, oppure all’interno di enti ed organizzazioni.

Le nostre non sono chiacchiere che utilizzano un barbaro linguaggio, ma sono parole filosofiche nuove che si tessono in discorsi non chiusi ma aperti alla e dalla relazione.

“Nello scambio tra due , il senso vibra e resta sempre instabile, incompleto, incerto…Nello scambio tra due, una certa rassegnazione deve esistere  rispetto alla pretesa di poter dire tutto”. Non discorsi chiusi offerti dall’uno ai molti, ma discorsi aperti i cui fili vengono intessuti dal consulente insieme al consultante.

“Incamminiamoci verso una parola più comunicativa e meno assoggettata all’informazione. Coltivando la relazione tra due soggetti, nel rispetto delle differenze”, invita Irigaray.

Per fare questo non si deve perdere il rigore speculativo. La filosofia procede sempre attraverso i propri strumenti argomentativi, zetetici, logici. Tuttavia nelle pratiche filosofiche tali strumenti sono messi al servizio del consultante, al servizio della vita, delle sue sofferenze, dei bisogni, dei desideri e delle speranze concreti del quotidiano.

La consulenza filosofica è un pensiero che ha cura e quando il pensiero si prende cura si fa sensibile ovvero – secondo le parole di Luigina Mortari – “incarnato e terroso”, poiché “si tiene legato alle cose che accadono senza però rinunciare alle ali che gli consentono di muoversi liberamente, e le ali spuntano quando il pensare si lascia muovere dalla passione per il bene, perché il pensare trova il suo giusto orientamento quando cerca di mantenersi nell’ordine del bene”. Ciò non significa affatto disdegnare la ricerca di evidenze e non rispettare le regole logiche della ragione filosofica: significa soltanto rimanere altresì attenti alle domande che nascono dall’esistenza, muovendosi nell’orizzonte di una conoscenza viva che non si lascia imprigionare dalle impalcature logiche ma mette piuttosto la logica al servizio della vita perché si possa dispiegare come tempo buono.

 

Bibliografia.

Achenbach G., La consulenza filosofica, Apogeo, Milano, 2004

Irigaray L., La via dell’amore, Bollati Boringhieri, 2008

Levy F., "Prima risposta alla domanda: che cos'è la Consulenza Filosofica", www.benessereitalia360.it/cose-la-consulenza-filosofica/

Mortari L., Filosofia della cura, Raffaello Cortina, Milano, 2015

Nave L., Bisollo M., Filosofia del benessere. La cura dei pensieri e delle emozioni, Mimesis Edizioni, Milano, 2010

Raabe P., Teoria e pratica della consulenza filosofica, Apogeo, Milano, 2006

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